Ricchezza e povertà


Tante volte, nella vita, è necessario fermarsi. Per riflettere, per sperimentare qualcosa di nuovo, per capire cosa si desidera realmente, per chiedersi chi si è e quale è il nostro scopo nella vita.

Non sempre succede qualcosa, o forse sì. Insomma, la sensazione è che non si abbia fatto nemmeno un passo verso una direzione. Sembra quasi che si sia più confusi e ancora più fermi di quando si è deciso di fermarsi.

Questo mi è capitato nell’ultimo periodo ed è ciò che mi ha portato lontano dalla voglia di scrivere, di raccontare e raccontarmi, la voglia di lasciare qualcosa a chi legge, nella speranza di fornire un piccolo aiuto in un mondo in cui sembra che a nessuno importi nulla se non la carriera, la fama, i soldi, la bella vacanza e un auto da 40.000 euro sotto il culo.

Quando si è concluso il Conclave che ci ha dato Papa Francesco mi sono stupito di quanto poco ne abbia sentito parlare nei giorni a seguire da chi mi stava intorno. Sembravano giorni come tutti gli altri, in cui era più importante parlare del risultato della partita disputata dalla propria partita del cuore.

Papa Francesco parla di povertà, di misericordia, di Gesù. Ma ciò che mi ha colpito non sono stati tanto i contenuti dei suoi messaggi, quanto il modo in cui li ha trasferiti. Mi chiedo in quanti oggigiorno sono in grado di accogliere questi messaggi. In quanti pensano di poter amare la povertà privandosi almeno di qualcosa di ciò che hanno.

Ho compiuto da poco gli anni. Non ho ricevuto molti regali, ma quello che più mi ha commosso è stato quello di mio figlio (7 anni): una calamita con scritto “la felicità è desiderare ciò che si ha”.

E’ incredibile come un bambino possa insegnare ad un uomo di più di 40 anni qualcosa della vita. Certo…l’oggetto gli è stato suggerito, ma la mattina del mio compleanno, con la voce ancora roca dal sonno, la sua prima parola è stata “auguri”. Lui ha quella semplicità che spesso appartiene solo i bambini, gli unici esseri umani ad essere davvero in grado di vivere ogni giorno la magia, fatta di piccole cose.

E allora la povertà, intesa, in questo senso, come il voler desiderare ciò che si ha, diventa il più grande dono e rappresenta la nostra vera ricchezza.

Pensandoci, in effetti, sono molto più ricco di quanto a volte creda: ho una casa, un lavoro, una famiglia meravigliosa, un’auto per spostarmi, dei vestiti, tanti amici che mi vogliono bene, ho questo spazio e voi, respiro e vivo.

Di questo devo nuovamente essere grato. E’ questa la vita che voglio tenermi stretta.

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